Che Horror? Variabili impazzite dell’orrore su grande schermo -InGenereCinema

Che Horror? – Variabili impazzite dell’orrore su grande schermo

Che Horror!” è la tipica esclamazione con cui salutiamo i lettori della nostra Gazzetta del Cinema e della Cultura Horror, del Fantastico, del Bizzarro e dello Straordinario InGenereCinema.com .

Un’esclamazione che abbiamo mutuato [dandole un significato differente e positivo] da uno storico titolo strillato sulla pagine de L’Espresso a fine anni ’80, che fotografava un triste momento storico per la nostra cultura di Genere fantastico: l’interrogazione parlamentare che vide come protagonista la storica rivista a fumetti Splatter.

Per noi, ovviamente, “Che Horror!” ha tutto un altro significato e implica una comunione di interessi e di intenti con i nostri lettori: gli Amici dell’Horror.

Ma cosa succederebbe se al posto del punto esclamativo dopo le due parole che ormai ci suonano così familiari piazzassimo un interrogativo? E’ quello che proviamo a fare in questa nostra sortita sulle pagine di AboutOf, dando il via ad una piccola indagine ludica nel mondo cinematografico a tinte cupe.

Che Horror?, quindi. Riflettendo su cosa voler raccontare ad un pubblico di lettori che non doveva per forza coincidere con quello che frequenta il nostro portale, ma che speriamo da ora in avanti di ritrovare su InGenere, abbiamo deciso di focalizzarci su una serie di titoli e di autori che potevano essere sicuramente apparentati al mondo horror, anche se analizzati con attenzione non potevano essere catalogati all’interno di questo Genere. Film che, quindi, acquisivano in toto o in parte le modalità di racconto e messa in scena tipiche dei film dell’orrore, ne replicavano meccanismi magari smontandoli e rimontandoli in modo differente e che, infine, decidevano di tradire il Genere d’appartenenza, allontanandosi da quel mondo per guardarlo con spirito critico o addirittura rinnegarlo.

Analizzeremo all’interno di questo pezzo tre film, di tre autori differenti e tutti contemporanei, ma a voler rintracciare titoli da “horror interrogativo” nella storia del cinema internazionale possiamo tirar fuori dal cilindro nomi davvero interessanti e importanti.

 

Il primo e probabilmente quello che più ha lavorato in questo ambiente liminale e oscuro – su grande e piccolo schermo – è David Lynch.

Nel suo caso gli esempi da analizzare sarebbero tanti, ma ci piace sottolineare quello più eclatante e sperimentale: la serie di cortometraggi Rabbits [2002], che mescola le carte della sitcom televisiva più classica e standardizzata [con tanto di finte risate del pubblico, che qui arrivano nei momenti più sbagliati, ad amplificare il senso di disagio e sospensione] proprio con le attese cariche di tensione, le epifanie e la malata atmosfera dell’horror, per raccontare un terrore più banale ma non meno spaventoso di quello legato al paranormale: quello della vita quotidiana, coniugata tra vicende famigliari e rinchiusa tra le mura di un appartamento prigione.

Gli stessi personaggi di questa assurda sit-com sono inquietanti almeno quanto un villain di un più canonico horror: dei grandi conigli antropomorfi, privi di espressioni e di emozioni, che si fanno emblema dell’alienazione sociale e della difficoltà di dare vita a rapporti interpersonali sani nella società contemporanea.

Come gli horror più saporiti e riusciti, anche Rabbits si carica di un valore politico davvero importante e come se questo non bastasse, il tutto diventa ancor più oscuro perché Lynch ci lascia solo subodorare che i Conigli siano legati, oltre che da una parentela, da un mistero inconfessabile, che per lo spettatore rimarrà tale per l’intera durata della breve serie. Alcuni estratti dei Rabbits sono entrati anche a far parte di quel flusso di coscienza filmico che è Inland Empire – L’impero della mente [2006], ma questa è un’altra storia…

Ora è il momento di rispondere alla nostra domanda: Che Horror?. Sigla!

REQUIEM FOR A DREAM di Darren Aronofsky [2000]

Aronofsky inaugura il nuovo millennio con film oscuro, inquietante e davvero spaventoso. Requiem for a Dream è un horror dell’alterazione mentale e fisica, un dramma terrorizzante che si alimenta della speranza e delle aspettative che crescono nel cuore dei suoi personaggi. Non c’è scampo per lo spettatore che precipita nella visione distorta e allucinata del regista che mette in scena l’orrore mescolato ai migliori auspici di una vita intera.

Tratto dall’omonimo romanzo di Hurbert Selby, l’opera seconda del filmaker newyorkese racconta una storia di dipendenza, solitudine e illusione: una casalinga bulimica di talkshow e di cibo spazzatura e suo figlio tossicodipendente, ladro e innamorato di una donna troppo bella e forte per uno come lui.

Vite miserabili che, tuttavia, ambiscono a un riscatto troppo difficile da realizzare. Nessuno possiede gli strumenti per cambiare il proprio destino, per migliorare la propria esistenza. Anzi, ogni scelta operata contribuisce a peggiorare quella condizione già così compromessa, confinando i protagonisti di questa vicenda a una fuga della realtà fatta di menzogne, ricerca spasmodica del superfluo e fantasie patetiche che distraggono dalla propria sofferenza.

Requiem for a Dream è un potente pugno nello stomaco che toglie il respiro allo spettatore e lo costringe a vivere il percorso allucinatorio dei suoi interpreti.

Un montaggio frenetico, una musica insistita e memorabile, una regia eclettica e disturbante ci conducono attraverso una lunga discesa verso l’inferno senza via di fuga. Aronofsky realizza il suo film più dolente, sofferto e spietato, capace di traumatizzare lo spettatore che non prova commiserazione ed empatia per questi personaggi, ma ne vive lo spaesamento, il tormento, la paura.

Più horror di così…

 

Voto: 4 Skeletor su 5


THE NEON DEMON di Nicholas Winding Refn [2016]

I paralleli con l’horror/non-horror di Nicholas Winding Refn sono stati sin da subito altissimi. Lo stesso regista non ha mai negato l’ambizione di apparentarsi con l’horror per eccellenza: il Suspiria di Dario Argento.

Dal misterico film del regista romano, Refn ricalca innanzitutto la struttura fiabesca [che scava nelle paure ancestrali di ognuno di noi] per raccontare una storia di formazione, l’abbandono dell’età infantile e il passaggio a quella adulta attraverso l’esplorazione di un mondo oscuro e malvagio.

Sia The Neon Demon che Suspiria possono essere visti come terribili rielaborazioni de Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, ma in entrambi questi casi il “Paese” che le due giovani protagoniste adulte-bambine si trovano ad attraversare è un Mondo d’Orrore.

Le differenze non tardano ad arrivare: Argento, infatti, aveva scelto di raccontare la sua fiaba a tutti [“La magia è quella cosa che ovunque sempre e da tutti è creduta”], anche grazie all’accostamento delle “arti” scelte per il suo grande racconto/metafora: danza e magia.

Anche Refn racconta il misterico attraverso una forma performativa, ma già nella scelta dell’arte che la giovane protagonista aspira a [farsi] “possedere” sta l’enorme differenza tra The Neon Demon e Suspiria: Jesse sogna di essere l’invidiata protagonista delle più importanti sfilate di alta moda. Quello che da immatura ragazzina decide di visitare è mondo fatto di regole disumanizzanti, tutte rivolte a trasformare il corpo in oggetto, la persona in una fredda icona estetica, la carne in plastica.

La bellezza ostentata delle passerelle e dei servizi fotografici svuota pian piano la vita di Jesse, la trasforma in un’altra versione di sé, un doppelngänger che sembra uscito da uno dei tanti specchi ossessivamente presenti nel film.

The Neon Demon, che non può essere considerato un horror tout court, dell’horror prende oltre alla struttura alcuni stilemi: la trasformazione-mutazione della protagonista; la possessione del “demone” meno demoniaco della storia del cinema [ma non per questo meno ossessionante]; il ricorrere, anche questo suspiriano, alle luci colorate che diventano quasi attori della storia.

Ma l’esperimento messo in piedi da Refn è essenzialmente ostativo al Genere più nero: non solo perché restituisce allo spettatore la stessa freddezza che racconta nei backstage delle passerelle, ma perché dichiara di voler svuotare l’orrore dall’essenza stessa della paura. Lo fa [e ci riesce] sovvertendo l’estetica del Mostro, che si rifà in maniera puramente estetizzante al senso di meraviglia e di stupore racchiuso nel monstrum latino: qui i vampiri, i cannibali divoratori di carne umana, non hanno nulla di paranormale e si mostrano con le eteree fattezze di meravigliose modelle.

In più lo fa in maniera chiara e sincera: la scena in cui Jesse è distesa su un divano bianco, con un taglio sulla gola e il sangue che le cola sull’abito da sera, altro non è che lo shooting di un importante servizio di moda. Sangue due volte finto, per un horror così poco horror da riuscire a spaventare.

Voto: 

Voto: 3 Skeletor su 5


CLIMAX di Gaspar Noé [2018]

Gaspar Noé è il regista contemporaneo più divisivo e polarizzante dell’intero panorama cinematografico. I suoi film sono odiati e amati nella stessa misura, costringendo gli appassionati della settima arte a schierarsi pro o contro la sua idea di cinema.

Noi non abbiamo intenzione di sottrarci a questa scelta, anzi, rivendichiamo con forza l’appartenenza al partito dei sostenitori di Noé e delle sue incredibili pellicole. Lo facciamo perché amiamo l’integrità e la potenza che questo cineasta mostra di possedere, ma soprattutto la sua straordinaria attitudine a rendere horror qualsiasi storia decida di raccontare. In particolare, quelle vicende che non sono esplicitamente etichettabili come tali, usando il linguaggio del cinema dell’orrore per veicolare contenuti e situazioni che stenteremmo a definire di Genere.

Forse, l’esempio più calzante è Climax nel quale un gruppo di venti ballerini francesi, in una fredda e nevosa notte invernale, si riuniscono in un remoto edificio isolato nel bel mezzo della foresta. Siamo a metà degli anni ‘90 e la nottata di prove per i giovani in breve tempo si trasforma in un festino a base di sangria e LSD. Tra musica alta e divertimento, i ballerini vengono pervasi da una strana e ipnotica follia, che crescerà di ora in ora. Sebbene alcuni si sentiranno in paradiso, altri si ritroveranno immersi nel loro inferno personale.

Questo viaggio radicale ed estremo mette davvero a dura prova lo spettatore che non ha nessuna via di scampo: precipita in un tunnel psichedelico dal quale è impossibile uscire. Un vortice estetico lo avvolge e lo trattiene producendo un senso d’angoscia in chi osserva che resterà presente fino ai titoli di coda.

Climax è ossessione insistita e insistente. È l’idea incrollabile di cinema che il suo autore propone senza alcun ripensamento. È un acido delirante che potrebbe non terminare e per questo spaventa a morte. È sgradevole, eppure elegantissimo. È minimale, eppure ricchissimo di eventi, coreografia e ambenti. Omaggia [anche lui] Suspiria, ma si allontana fortemente [anche lui] dalle atmosfere favolistiche del film di Argento. Mescola follia, orrore, violenza con grazia, armonia e desiderio. Il sesso è allo stesso tempo strumento di oppressione e veicolo di fuga e il corpo è una gabbia capace di movimenti che avvicinano al divino.

Un orrore purissimo che dimostra come Gaspar Noé abbia la straordinaria attitudine di provocare lo spettatore conducendole a derive estreme rendendo la visione l’esperienza più spaventosa e soddisfacente che si possa desiderare.

Voto: 

Voto: 4 Skeletor su 5

Ringraziamo il team di AboutOf  per averci dato l’opportunità di scrivere questo Guest post!

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Ci trovi anche qui:

Luca Ruocco + Paolo Gaudio, InGenereCinema.com

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